Parte prima.

undicesimo-dodicesimo secolo: l'Europa in movimento.


Uno.

La crescita economica.


1. Agli albori del Mille: uno sguardo sull'Europa.

   Da: G. Duby, L'Europa nel Medioevo, Garzanti, Milano, 1987

 Con frasi potenti, stringate, spesso lapidarie, lo storico
medievalista francese Georges Duby evidenzia in queste pagine i
caratteri  essenziali dell'Europa al volgere del secolo
undicesimo: la bassa densit degli uomini; il lento, ma
inarrestabile sviluppo demografico, nonostante la fame e
l'impotenza della tecnica; la centralit religiosa di Gerusalemme
in un mondo limitato, concepito come un disco piatto, in preda
alla paura dell'ignoto ed  al terrore delle invasioni pagane; gli
effimeri disegni di un imperatore, Ottone terzo, e la realt di un
potere frantumato e monopolizzato ormai  da una miriade di
cavalieri feudali.


   L'Europa dell'anno mille, dobbiamo dunque immaginarla.
   Innanzitutto pochi uomini, pochissimi. Forse dieci, venti volte
meno di oggi. Una densit di popolazione che oggi corrisponde alle
densit del centro dell'Africa. Tenace domina lo stato selvaggio,
che aumenta quanto pi ci si allontana dalle rive del
Mediterraneo, quando si passano le Alpi, il Reno, il mare del
Nord; e finisce per soffocare tutto. Qua e l alla rinfusa,
radure, capanne di contadini, villaggi circondati da orti, dai
quali proviene l'essenziale dell'alimentazione; campi, il cui
terreno rende poco nonostante che venga lasciato a riposo per
lunghi periodi; e molto presto, estesa a dismisura, l'area della
caccia, della raccolta, del  pascolo vagante. Qua e l, ogni
tanto, una citt. per lo pi ci che rimane di una citt romana;
dei monumenti antichi rimaneggiati, da cui sono state tratte,
chiese, fortezze; dei preti e dei guerrieri; la servit che
provvede a loro, fabbricando le armi, la moneta, gli abiti, il
buon vino, tutti i simboli necessari e gli strumenti della
potenza. Da ogni parte, piste che si aggrovigliano. Ovunque il
movimento: dei pellegrini e dei venditori ambulanti, degli
avventurieri, dei lavoratori itineranti, dei vagabondi. E'
sorprendente la mobilit di una popolazione tanto indigente.
   E' affamata. Ogni chicco di grano seminato non ne d pi di tre
o quattro, se l'annata  stata  davvero buona. Una miseria.
L'ossessione: passare l'inverno, resistere fino alla primavera,
fino al momento in cui diventa possibile, battendo le paludi e i
boschi cedui, procurarsi il cibo nella natura libera, tendere
trappole, lanciare reti, cercare le bacche, le erbe, le radici.
Ingannando la fame. Questo mondo sembra vuoto; in realt 
sovrappopolato. Da tre secoli, da quando si sono attenuate le
grandi ondate di peste che durante l'altissimo medioevo avevano
devastato il mondo occidentale, la popolazione sta aumentando. La
crescita si  rinvigorita nella misura in cui si  andata
riassorbendo la schiavit, quella vera, quella dell'antichit.
Sono ancora numerosi i non liberi, uomini e donne il cui corpo
appartiene a qualcuno, che vengono venduti, ceduti, costretti ad
un'obbedienza totale. Ma non sono pi trattati come ciurma. I loro
padroni hanno accettato il loro insediamento su una terra, in
funzione della loro riproduzione. Vivono in nuclei familiari, per
conto proprio. Prolificano. Per nutrire i figli dovrebbero
dissodare, ampliare le vecchie terre fertili, crearne di nuove
all'interno delle immense solitudini. La conquista  iniziata, ma
 ancora troppo timida: l'attrezzatura  irrisoria; persiste una
sorta di rispetto di fronte alla natura vergine, che impedisce di
aggredirla con eccessiva violenza. L'inesauribile energia
dell'acqua corrente, l'inesauribile fecondit della buona terra,
profonda, libera da secoli, da quando la colonizzazione romana si
 ritirata, tutto  l disponibile. Il mondo  da conquistare.
   Quale mondo? Gli uomini di quel tempo, gli uomini di alta
cultura, che riflettevano, che leggevano nei libri, la terra se la
rappresentavano piatta. Un vasto disco sul quale incombe la cupola
celeste, circondato dall'oceano. Alla periferia la notte. Trib
strane e mostruose, unipedi, uomini-lupo. Si raccontava che di
tanto in tanto irrompessero in orde terrificanti, prefigurazioni
dell'anticristo [nella religione cristiana nemico irriducibile di
Dio radicatosi sulla terra, che nell'avvicinarsi della fine del
mondo sarebbe stato annientato dall'apparizione del Cristo].
Effettivamente i magiari, i saraceni e gli uomini del nord, i
normanni, avevano appena devastato il mondo cristiano. Sono le
ultime invasioni conosciute dall'Europa, che tuttavia nell'anno
mille non ne era ancora completamente liberata, e la grande ondata
di paura sollevata da quelle incursioni non era ancora rifluita.
[...].
   In questo mondo piatto, circolare, circondato di terrore, il
centro  costituito da Gerusalemme. La speranza ed ogni sguardo si
rivolgono verso il luogo dove il Cristo  morto, da cui il Cristo
 asceso ai cieli. Ma nell'anno mille Gerusalemme  prigioniera,
occupata dagli infedeli. Una frattura ha diviso in tre parti
l'estensione conosciuta dello spazio terrestre: qui l'Islam, il
male; l, un male minore: Bisanzio, una civilt cristiana, ma di
lingua greca, straniera, sospetta, e che lentamente sta scivolando
verso lo scisma; infine l'Occidente. Il mondo cristiano latino
sogna un'et dell'oro, dell'impero, cio della pace, dell'ordine e
dell'abbondanza. Questo ricordo ossessivo  legato a due grandi
centri: Roma - che tuttavia in quel tempo  marginale,
prevalentemente greca; Aquisgrana, nuova Roma.
   In effetti, due secoli prima, l'impero romano d'occidente era
resuscitato. Una rinascita. Le forze che l'avevano determinata non
provenivano dalle province del sud, le pi segnate da una profonda
impronta latina. Emergevano da una regione selvaggia,
violentissima, molto vigorosa, terra di missione, fronte di
conquista: il territorio dei franchi dell'est, al confine fra la
Gallia e la Germania. Qui era nato, era vissuto ed era sepolto, il
nuovo Cesare, Carlomagno. Un monumento capitale ne tiene viva la
memoria: la cappella palatina di Aquisgrana. Profanata dai
predatori, restaurata, rimane il sigillo indistruttibile
dell'inizio del rinnovamento, come un invito a proseguire lo
sforzo, a mantenere la continuit, a riannodare incessantemente, a
rinascere. [...].
   Esiste ancora, alla soglia dell'XI secolo, un imperatore
d'Occidente, erede di Carlomagno, che come lui vuole essere un
nuovo Costantino, nuovo David. Roma lo attira. Desiderebbe
risiedervi. Ma lo tengono lontano l'indocilit dell'aristocrazia
romana, gli intrecci sottili di una cultura troppo raffinata e i
miasmi di cui  piena quella citt insalubre. L'autorit imperiale
resta ancora ancorata in Germania, in Lotaringia. Aquisgrana
rimane la sua radice. Ottone terzo, l'imperatore dell'anno mille,
ha fatto cercare il sepolcro di Carlomagno, spezzare il pavimento
della Chiesa, scavare finch non fu trovato; aperto il sarcofago,
ha preso la croce d'oro appesa al collo dello scheletro e se n'
simbolicamente adornato. [...]  Ammiriamo l'incommensurabile
distanza tra queste parate del potere, affermazioni in forme
affascinanti di queste pretese, e tutto attorno, a due passi dal
palazzo, la foresta, trib selvagge di allevatori di porci,
contadini per i quali lo stesso pane, il pane pi nero, restava un
lusso. L'impero? Era un sogno.
   Nell'Europa dell'anno mille, la realt  ci che definiamo il
feudalesimo. Cio un sistema di comando adeguato alle reali
condizioni, aspre, rozze, della civilt. In questo mondo, ho gi
detto, tutto  movimento, ma chi potrebbe fare eseguire i propri
ordini lontano dal luogo dove si trova, senza strade, senza moneta
o quasi? Il capo obbedito  quello che si pu vedere, ascoltare,
toccare, con cui si mangia e si dorme. L'invasione dei pagani
resta minacciosa, e la paura che ispira sopravvive alla
progressiva scomparsa del pericolo: il capo obbedito  dunque
quello il cui scudo, vicinissimo, protegge e vigila su un rifugio
in cui l'insieme del popolo pu ripararsi, rinchiudersi, finch la
tormenta non sia passata: il feudalesimo  dunque, in primo luogo,
il castello. Fortezze, innumerevoli, disseminate ovunque. In
terra, in legno, qualcuna gi in pietra, soprattutto nel sud.
Rudimentali: una torre quadrata, una palizzata, sono il simbolo
della sicurezza. Costituiscono tuttavia anche una minaccia. In
ogni castello si annida uno sciame di guerrieri. Uomini a cavallo,
cavaliers, chevaliers, gli specialisti della guerra efficace. Il
feudalesimo afferma il loro primato su tutti gli altri uomini. I
cavalieri - una ventina, una trentina - che, secondo i turni,
montano la guardia nella torre, ne escono, la spada  in pugno,
esigendo, come premio per la protezione che assicurano, di essere
mantenuti, nutriti dal paese disarmato. La cavalleria si accampa
sull'Europa dei contadini, dei pastori e dei cacciatori; vive del
popolo, duramente, selvaggiamente, terrorizzandolo:  un esercito
di occupazione.
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